Il mercato sta con Blu

1973581_1007907725930045_4582103673214093730_oNulla di nuovo sul fronte arte.. tutti gli artisti, scrittori, creativi, etc .. prima o poi hanno fatto una cernita delle loro opere, eliminandone qualcuna per i più disparati motivi, famosa la massima “i manoscritti non bruciano” di Bulgakov  che intendeva denunciare il governo dell’ URSS ed esprimere la sua frustrazione per la condizione di letterato respinto in ogni sua iniziativa. Blu sta denunciando le mostre istituzionali che tolgono le opere dalla strada e le mettono fuori contesto, secondo lui questa è una forma di prevaricazione, lo stesso tipo di prevaricazione per cui il sottoscritto ha una sentenza, passata in giudicato da parte del Comune di Milano, per una serie di graffiti, sicuramente non istituzionali, lo stesso tipo di prevaricazione per cui secondo la legge italiana un graffito equivale al reato di imbrattamento. Non è del tutto vero che un graffito che nasce site-specific dovrebbe morire tale (ma poi chi lo avrebbe sentenziato?). A questo punto perchè il Museo Egizio di Torino non dovrebbe trovarsi a El Cairo ai piedi delle piramidi? Non solo un operazione mediatica quindi, interessante perché la cancellazione di un graffito sia partita dell’autore stesso, ma anche azione politica che se priva di qualsiasi giustificazione renderebbe il gesto esclusivamente azione estetica. L’arte ha le sue leggi, i suoi mercati, le sue strade e questo Blu lo sa benissimo, come sa che un operazione di strada, definita un reato, secondo la legge, è assurdo che poi venga esposta e resa istituzionale, per intenderci è come se da domani il Ministero degli interni organizzasse workshop tenuti da serial killer. Il mercato dell’arte e con esso le istituzioni, non stanno facendo altro che mostrarci un controsenso, dal quale e per il quale le autorità governative legiferanti dovrebbero partire e prendere spunto per rivedere le loro leggi. La protesta di Blu è interessante ma cade nel limbo della vana protesta se non è accompagnata da tutta una serie di persone e argomenti che fanno quadrato intorno alla sua azione. A questo punto, io non sto solo con Blu, ma sto con tutti quelli che continuano a regalare magnifici graffiti e che continuano a sperimentare con questo tipo di arte, sia per le strade e negli angoli tristi delle città sia dentro le gallerie.
Francesco Lomonaco

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Il Circo del Grande Evento: Teniamo Ben Dur

unnamed (2)E’ Venerdì, siamo all’interno del Centro Commerciale il Circo di Matera, un giorno importante per la Gerusalemme di Basilicata, mentre a pochi km da qui in quasi tutti i paesi della regione i comitati No triv sono in fermento per l’organizzazione di eventi in tutta la regione per chiedere al Presidente l’ impugnazione del Decreto Sblocca Italia, qui a Matera si è in fila per le selezioni del remake del film Ben Hur. La coda è composta da centinaia di persone, e appena arrivati l’organizzazione ci chiede di stare buoni, oggi selezionano comparse specializzate, cavalieri e legionari, potenziali rivoluzionari. Anche io mi sono fiondato in questo evento straordinario. Se vengo selezionato mi pagheranno ottanta euro al giorno per circa due settimane, soldi che qui in Basilicata sono una fortuna. Da quando Matera è stata scelta come capitale della cultura del 2019 in tutta la città si vedono commercianti e cittadini con le spillette con il logo dell’evento, e tutti si stanno improvvisando a grandi esperti di cultura internazionale. Ma torniamo alla fila, sono le 15 e da circa un ora sono in attesa del provino, con in mano una fotocopia del documento d’identità, codice fiscale e codice iban. I buttafuori sembrano divertiti, la gente chiacchiera, nessuno è rasato. Dai tempi del Vangelo secondo Matteo di Pasolini, ogni volta che c’è una selezione, si mormora che sceglieranno gente con la barba lunga, ma qui la cosa più lunga è l’attesa. Davanti a me sento mormorare, i selezionatori stanno facendo una pausa, così con due miei compagni di fila decido di spostarmi nel vicino supermercato per fare una pausa dalla mia postazione, entro nel tempio degli acquisti e anche qui è pieno di gente con il numerino in attesa di ritornare ai propri posti nella fila, le cassiere scherzano ed io decido di ibernarmi per pochi minuti.

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Prendo la mia birra e torno alla fila che intanto si è spostata di qualche metro, a dire dei veterani i selezionatori sono una famiglia romana che dai tempi di Pasolini organizzano provini nella città, uno degli organizzatori esce fuori per dare un occhiata alla fila, sembrano tranquilli e per nulla stressati a differenza di noi, uno della fila comincia a urlare contro l’organizzazione, il romano lo tranquillizza dicendogli che loro non sono responsabili diretti della selezione e che tutto il materiale che stanno raccogliendo verrà spedito a Londra. Dopo circa due ore arriva il mio turno, il primo punto di controllo è in un salone grande, tre tavoli con due ragazzi per ognuno, ti chiedono i documenti, do i miei dati e il codice iban e subito mi sento dire che l’iban non va bene, serve l’intestazione della Banca, mando giù il rospo, respiro e gli dico che l’iban è il mio, non avrebbe senso dare un iban di un altra perona, loro dicono di saperlo ma che non possono fare nulla, e che non sono il primo ad aver mandato via. L’alternativa sarebbe andare alla posta e chiedere la carta Evolution, costo: 5 euro. Mi chiedo se non sia uno spot pubblicitario delle amiche Poste Italiane, intanto altri ragazzi hanno lo stesso problema, voglio evitare la rissa, li calmo e dico che possiamo telefonare alle nostre banche e chiedere il documento in versione digitale. Nel centro c’è una copisteria e possiamo stampare il documento richiesto. Ci allontaniamo e ci mettiamo al lavoro, ognuno chiama la sua banca e cerca di risolvere come meglio può, chiamo la mia filiale del Banco di Napoli, dopo la chiusura di molte filiali nella provincia, tutti i correntisti accorrono all’unica filiale rimasta nella città di Matera, anche qui disorganizzazione, dopo una prima telefonata dove una signorina mi dice di restare in attesa capisco che non riuscirò a tornare a casa prima delle 22. Prendo un altra birra, questa volta andiamo di super, 8.6 gradi alcolici mi dovranno calmare per forza. Mentre sono alle prese con la Banca, vedo passare uno degli organizzatori, lo sento parlare di una ragazza che era per le selezioni, dice che “quella lì non và da nessuna parte, è buona solo per andare a lavare i piatti”. L’alcol comincia a fare effetto contrario e l’atteggiamento di questo caporale mi comincia ad innervosire, gli vado vicino e gli chiedo come mai i loro sottoposti non accettavano il mio codice iban. Lui comincia con tutta una serie di frasi calcolate a dirmi che non è possibile e che l’importante è aver scritto il codice iban e che sia intestato a me. unnamed (1)Dopo una serie di urla reciproche, gli dico che il loro sistema sta per crollare. Lui mi guarda e ride, dice che non crolla niente, ma negli occhi tradisce un filo di paura. Nel frattempo mi arriva una telefonata da uno dei commilitoni in fila, mi dice di ritornare al punto di controllo perchè stanno accettando tutto, vado e magicamente il mio codice iban viene accettato. Passato il primo check in, mi invitano a fare un altra fila, qui la gente è più rilassata, anche se la temperatura comincia a salire, tra facce stanche ed arrossate, volti fieri eredi di contadini e cacciatori a elemosinare un posto da soldato. Accalcati veniamo spinti in un altra sala più grande, due ragazzi sono seduti ad un tavolo lungo e scrutano i corpi dall’alto in basso, ti chiedono quanto sei alto ed il numero di telefono, mi danno una targhetta da tenere all’altezza del petto, fotografia con un compatta, riconosco il modello a dire il vero è un po’ datato, click. A casa. Esco dalla stanza e mi ritrovo fuori con altra gente, non sappiamo il perchè ma ci sentiamo tutti insoddisfatti.Con i due compagni di fila finiamo nell’atrio centrale del centro commerciale, con la terza birra della giornata cominciamo a filosofare, l’economia dell’evento non convince, intorno a noi carrelli della spesa colmi e facce di cacciatori e cacciatrici estinte che prendono le scale mobili, ci sentiamo di nuovo come sedicenni punkabbestia.

Francesco Lomonaco

La Lucania di Nunzio Festa

di Marino Magliani

ImageL’ultima volta che ho dialogato col poeta e scrittore Nunzio Festa, figlio della Basilicata di Scotellaro ed erede di una tradizione che incontra la paesologia di Arminio e la beat anti-yankee, (sempre su questo blog), era appena stato pubblicato per le edizioni Senzapatria il suo romanzo breve Farina di sole. Invece adesso è uscito il suo Basilicata. La Lucania: terra dei boschi bruciati. Guida narrata coi luoghi e il resto, presso le edizioni Golena/Malatempora, già egregiamente presentato tra l’altro dalla nostra Rosa Salvia.

MM: Solitamente nella tua prosa e nella tua poesia, il luogo d’origine, lo spazio di resistenza ed esistenza ha un ruolo molto importante. Ma adesso hai scelto di entrarci pienamente per descriverli. Anche se lo fai spostandoti rapidamente da un punto all’altro della carta geografica lucana, come vedremo. Perché hai sentito quest’esigenza?

NF: Innanzitutto per un estremo atto d’amore per la madre originaria. Sostenuto dal racconto per immagini e giudizi, passami il termine, su pezzettini fascinosi della Basilicata. Pezzi di terra e bellezze già attraversati da artisti e intellettuali, spesso descritte, perfino, e adesso pronte al turismo di massa, oltre che a quello di qualità oppure, diciamo, non invasivo in quanto molto più rispettoso dei posti. Però allo stesso tempo so e “dimostro” che si tratta di pezzi di terra e bellezze, naturali e artistiche, oggetto e soggetto di speculazione, e a volte speculazione rapace. Bellezze che si fanno tavola tante volte imbandita, insomma, per interessi soltanto particolari.

MM: Quindi l’argomento della devastazione dei boschi per mano degli incendi è anche metafora d’altro?

NF: Certo, dici bene. Perché se innanzitutto prendiamo l’argomento in quanto tale, dobbiamo dire che bisognerebbe esser intransigenti con quante e quanti s’occupano del tema ingombrante e desolante della devastazione del paesaggio naturale, con gli esecutori materiali delle azioni e con chi non immagina soluzioni opportune al problema. E questo modo di ragionare, appunto, potremmo industriarci di viverlo su tante altre materie: dissesto idrogeologico, estrazioni petrolifere, spopolamento ecc. Questioni che invece realmente a pochi interessano.

MM: E perché hai scelto questi punti e non altri? Il libro si sviluppa, esplorandoli, soltanto in alcuni punti della Basilicata. Hai deciso di narrare alcuni posti usando lampi letterari, per spiegarceli. Ma perché, in buona sostanza, solamente alcuni dei tanti paesi della tua Lucania hai preso a esempio, a modello?

NF: Spesso è stato un caso, devo ammettere. Tanto che un mio amico, il poeta Valerio Cascini, mi ha scherzosamente bacchettato. Poi ho voluto prendere dei punti della Basilicata che a me, prima di tutto, facessero un certo effetto, e par varie ragioni. Sia per quello che custodiscono, sia per alcune usanze tramandate da secoli. Vedi il Volo dell’Angelo per Brienza (Potenza). Però, se non ho detto del paese natale di Cascini, e devo farne ammenda, purtroppo, visto che lì c’è per altro la tradizione della ‘Ndenna (un antico rito arboreo), non avrei potuto sicuramente dimenticare, al contrario, la mia Pomarico. E non avrei potuto d’altro canto fare a meno di parlare di Matera, della città dei Sassi che, da Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco, adesso sta addirittura tentando il percorso utile alla conquista del titolo di Capitale Europea della Cultura dell’anno 2019. Per me Matera non vale più di Castelsaraceno, Pomarico, Miglionico, Montescaglioso o, perfino, del capoluogo di regione Potenza comunque. Il fatto è che la Matera attraversata da Pasolini e Gibson va guardata, come se ne volessimo fare un puntino emblematico dell’intero Sud, e non solo, anche con occhi abituati a contestualizzare il fascino del passato nello scempio che alcuni aspetti della modernizzazione vergata d’interesse particolare ci rendono, restituendoci briciole delle varie comunità. Tipo la cementificazione. Ma non soltanto questo male esiste, certo.

MM: Dici inoltre che si tratta, in un certo senso, d’una continuazione di Birra di paese. Piccolo viaggio nei luoghi che perdono popolazione e prendono birra (Arduino Sacco Editore, Roma). In che senso?

NF: E nonostante nessuno abbia, alla fine, continuato quel discorso, vorrei innanzitutto ricordare. Al contrario, appunto, di come mi sarei aspettato e di quanto avevo auspicato con quella piccola pubblicazione. Il problema più grave è che siamo abituati a essere occasionali, dove si preferisce lo sfogo alla vera riflessione su presente e futuro. Della Basilicata, del Sud. E dell’ex Belpaese tutto.

MM: La lingua è la solita, possiamo però dire.

NF: Tanto è vero, aggiungerei pure, che la versione e-book del libro contiene, in più rispetto all’edizione cartacea, il poemetto Le magnifiche e progressive.

MM: La tua collaborazione con spazi telematici e cartacei ti ha aiutato nello scrivere il Basilicata?

NF: La collaborazione da critico con diversi spazi web e qualche giornale (Il Quotidiano della Basilicata su tutti), per esempio, con la lettura di molti libri di saggisti, scrittori e poeti, è sicuramente servita moltissimo. Alla pari con la collaborazione da cronista in questa regione, tra Matera e provincia, che mi ha permesso di seguire anche professionalmente alcune vicende legate al territorio lucano nella sua interezza. Ma senza tralasciare le relazioni di questa terra e delle sue classi dirigenti, oltre che del suo popolo, con l’esterno.

MM: Ora cosa stai facendo o cosa farai? Andrai avanti leggendo e scrivendo la Lucania?

NF: Per il momento, non più in un libro compiuto. Premesso che sto scrivendo meno in versi, vorrei poter pubblicare un altro romanzo breve che ho chiuso in una prima versione, col titolo forse provvisorio di Frutta, verdure e anime bollite. Che, d’altronde, passa parecchio dalle mie parti. E ho qualche altro piccolo progetto in divenire.

La disfatta del Nord. Corruzione, clientelismo, malagestione

di Filippo Astone, Longanesi (Milano, 2013), pag. 409, euro 18.80.

Con “Italia low cost” (Aliberti), scritto a quattro mani con Rossana Lacava, Filippo Astone sembrava si fosse dato una bella calmata; perché con quell’utile saggio-manuale forniva informazioni appunto, buone e buonissime tra l’altro, a consumatrici e consumatori. In quanto con i precedenti titoli dati alle stampe tutti presso Longanesi: “Gli affari di famiglia” e “Il partito dei padroni”, il giornalista economico Astone aveva invece illustrato perfertamente il quadro italiota dell’affarismo dilagante, dove sono piccoli gruppi di potere che gestiscono e spesso malamente l’Italietta così come hanno contribuito a farla, come, poi, ridipinto la stirpe dei padroni del vapore che il loro capitale l’han ereditato, invece che costruito, e coltivato molto male. Libri, questi due, che di certo  piacere non han fatto a una bella quantità di italici ricci. Ma adesso, con “La disfatta del Nord”, con il quale davvero Astone racconta corruzione, clientelismo e malagestione del Settentrione, abbiamo il colpo definitivo. Siamo, potremmo dire, alla chiusura d’una vera e propria trilogia sul disastro italiano e al terzo e conclusivo, forse, atto della narrazione del fallimento etico, prima che civile, della classe dirigente dell’ex Belpaese. Qui Filippo Astone, con la solita penna brillante e non solamente pungente quanto, almeno, intransigente, che ci tiene in attenzione grazie all’inchiostro della scorrevolezza e diversi espedienti da professionista del mestiere, decide di spiegarci quella che, e forse solamente in questi passaggio e scelta un po’ ce ne doliamo, chiama la “meridionalizzazione” del Nord. Raccontando nei minimi dettagli i nodi di quei lacciuoli di ferro  fieri di tener in simbiosi necessaria, obbligata e, per loro, redditizia, una certa politica con una certa imprenditorialità. Le macro-aree del ragionamento, i luoghi visitati sono il partito Formigoni-Cl-Compagnia delle Opere e la meno potente – ma sicuramente brava a smentire con le azioni i propri pubblicizzati fini di rinascita dei territorio rappresentati – Lega Nord. In apertura del libro il giornalista parte con una curiosità che ai più era sfuggita e tanti avevano nascosto, ovvero che Bossi, prima di presentarsi e proporsi col suo clan quale nuovo volto, aveva avuto problemi giudiziari derivanti da situazioni proprio della ‘vecchia politica’. Ma la Lega con Berlusconi e i loro accoliti portavano la maschera, chiaramente, del politicamente nuovo e santo. Insieme alla forza e alla volontà. Con l’intento sbandierato di “risolvere la questione settentrionale e con essa tutti i mali del Paese”. Allora: “il nuovo potere nordista proclamava di voler cancellare decenni di centralismo, inefficienza e corruzione partitocratica”. Epperò, a strada percorsa, non hanno che, solamente, peggiorato la situazione. Complessiva, d’altronde. Portando in pratica anche a Nord quintali di clientelismo, nepotismo e affarismo (illegale perfino). Fra favori personali e finanziamenti agli amici e agli amici degli amici, e chiaramente parliamo di fianziamenti pubblici. Astone, ragionando su passato e presente dei personaggi e ridandoci le loro storie, oltre che le inchieste nei quali sono stati e sono coinvolti, analizza tutti gli errori e, per molti, la furberia, di personaggi che si chiamano Formigoni, Maroni, Tosi, Ponsellini eccetera eccetera. Ma senza risparmiare una schiera di figure apparentemente minori, certo. Gente sempre al potere o sempre a gestire il potere, magari fintamente dietro le quinte. Filippo Astone da la genesi e la rapace voracità e voluttuosa voglia di soldi e dominio, per esempio, di quella Comunione e Liberazione osannata da tanta destra, oltre ovviamente dai seguaci e affiliati, e da parte della sinistra – e non solamente al centrosinistra legato con le cooperative “rosse”. Con rammarico, forse, Astone relamente con “La disfatta del Nord” sfata il mito dell’efficienza settentrionale. Facendoci capire come quando e perché tutti i mali e le fortune (per pochi) accaduti nel Nord dell’Italia hanno condotto l’intero Paese sull’ordo del precipizio.

NUNZIO FESTA

Basilicata La Lucania: Terra dei boschi bruciati

imagedi Nunzio Festa Una guida critica a luoghi e persone della Basilicata. Perché nella marginalità le bellezze comunque sono tantissime.Con cifra da paesologia e in punta di poesia, l’autore mappa la sua terra d’origine, la Lucania che fu e quella che ancora è oppure potrà essere. Con un “atto d’amore per la madre originaria”, che diventa quindi il racconto di spazi e tempi geografici simbolici buoni al turismo e alla crescita possibile delle comunità; senza dimenticare, dunque, e qui spuntano in maniera emblematica le aggressioni del fuoco da incendio, quando e quanto invece la natura sia sotto minaccia e, soprattutto, attacco. Consigli di luoghi, certamente. Ma perfino, ché li custodisce questa guida eretica e anomala, domande sulle radici e il progresso. Pagine 104 Prezzo  € 9,50 logo_cat_controcultura.png Vai allo shop   Oppure compra l’e-book a € 4,90 ebook.jpg

Saicho Kelsen

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Nato nel 2011 in seguito all’esperienza maturata nell’ Associazione Culturale Treenet Studios, Saicho Kelsen è il nome dato al collettivo di registi composto da Angelo Calabrese, Nicola Galante e Francesco Lomonaco. Dopo una lunga gavetta cominciata nel 2007 nel campo delle interviste e dei video clip musicali, n

el 2009 i tre si sono lanciati nell’avventura del documentario d’autore.

Primo lavoro nel campo è stato il breve reportage su Carnevalone di Montescaglioso, uno dei più suggestivi della Basilicata. Nel 2010 realizzano “Taranto Quist’è”, documentario sui problemi della citta’ di Taranto in seguito al dissesto finanziario che l’ha colpita nel 2007. Il lavoro è un viaggio all’interno di alcuni quartieri a rischio guidati dalla figura di Sciamano, rapper tarantino da sempre impegnato nelle lotte con i Comitati dei vari quartieri della citta’. Nel 2011 vengono realizzati alcuni video clip per band emergenti sul panorama nazionale e in seguito viene realizzato il documentario sul rito del Cucibocca.

 


Dopo una serie di collaborazioni che vanno da Ulderico Pesce a Selenia Orzella, realizzano il cortometraggio dalla poetica fortemente neorealista, “L’amaro in bocca”. Attualmente i Saicho Kelsen sono impegnati nella ricerca e nella sperimentazioni di nuovi linguaggi e poetiche all’interno dei loro lavori video.

Lucania FreeParty: Black Lizards Circus

Clicca per avere in testa un campanello

Malpensanti di ogni sorta, vi sarà spesso capitato di trovarvi in uno di quei psycoluoghi  dove pareti di casse e Sciamani HiTech suonano musica elettronica che sembra martellarvi il cervello. Nell’accezione comune questa espressione è usata in modo negativo per definire eventi musicali dove non è facile comunicare o anche pensare qualsiasi appiglio di normalità che conforti i vostri piccoli cervelletti. Bene, sappiate che non sta accadendo null’altro che una pressione di energie sui vostri centri mentali che tenta vanamente di  decostruire tutto ciò che vi ci hanno messo dentro come in un vaso vuoto. Qualsiasi cosa dicano i telegiornali, che in realtà aggiornano i fatti e non dei fatti, sappiate che state vivendo e nella maggior parte dei casi sprecando un occasione per impegnare i vostri collegamenti neuronali nella decostruzione strutturale. Se mettete da parte tutte le credenze e le etichette del non-pensiero di stato e vi lasciate andare a quello che dalle danze rituali e primordiali delle prime tribù umane fino a Giocchino Rossini nell’Italiana ad Algeri, che in uno dei momenti di follia più alti espresso lucidamente nella lirica con quel campanello nella testa che martella Isabella, Mustafa, Elivra, Taddeo e Lindoro, (pausa: respirate) capirete che state vivendo un attimo di follia pura, di abbandono, di presenza e di energia che pervade interamente il vostro corpo. Se nell’ottocento un genio come Rossini era riuscito a trasmettere nel melodramma questa grandezza con sottigliezza psicologica, oggi in forma più primordiale ma allo steso tempo complicatissima, abbiamo i party freetek e la musica elettronica. A livello fisico cambia poco o nulla, si agisce sempre sul corpo ammasso di carne e cellule. Secondo il centro studi Nostos la musica techno, come altre musiche dai ritmi veloci, è in grado di attivare il sistema simpatico e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, quando i ritmi accelerano e i volumi aumentano, fino ad arrivare ad un acme come per le musiche di possessione, ad un certo punto insorge la trance, l’identificazione con la musica e il movimento, la sostituzione della coscienza con l’inconscio, un ampliamento della percezione e delle possibilità infinite e inespresse del nostro cervello. Il processo dunque riguarda la chimica del corpo umano ma rimane pur sempre un occasione, non tutti infatti riescono a lasciarsi andare all’abbandono totale con il mero ascolto.

Dopo questo preambolo utile per capire la serietà di quello di cui stiamo parlando, è il momento di tornare a cose più materiali e sociali, altrettanto importanti, perché come sappiamo la nostra mente è composta anche di materia e non solo di energia, indi per cui c’è bisogno di trovare un qualche modo per stare al mondo e cercare di farlo con la minore sofferenza possibile. Non ho intenzione di parlare di artifici strutturali come lo stato, la democrazia e cose di questo tipo, semplicemente perché quando si vivono momenti come quelli di cui sopra l’uomo scavalca tutta una serie di tematiche umane e lo stare da solo insieme agli altri diventa un fatto sociale a se stante che possiamo chiamare Temporary Autonomus Zone o Zone Temporaneamente Autonome. Si tratta di un concetto teorizzato da Hakim Bey nel 1991 e che si ravvisa spesso nella pratica dei rave party in modo più evidente ma che può nascere in un infinità di altre occasioni: la Comune di Parigi o la CNT di Barcellona, che sono solo romantici esempi ottocenteschi nati in contesti molto diversi di oppressione politica e militare, ovviamente sto parlando di anarchia nel senso di una società non gerarchica basata sulle relazioni, che si autocontrolla e che per questo non ha bisogno né di capi né di sgherri. Nel libro di Bey il modo migliore per sviluppare una TAZ è quando nel soggetto si insinua il dubbio e nasce un nuovo “territorio mentale”. Successivamente se questo si sviluppa in più soggetti esso può divenire reale, il concetto fondamentale è concentrare il tutto nel presente e di dare la possibilità ad ognuno di liberare la propria mente dai meccanismi che ci sono stati imposti. Sempre secondo Bey qualsiasi tentativo di far permanere una TAZ oltre il breve momento in cui è formata, la fa deteriorare sino a divenire un sistema strutturato, che inevitabilmente debilita la creatività individuale. I Freetek dunque non sono dei semplici movimenti culturali ma dei luoghi dove l’individuo può liberarsi da tutta una serie di pesi che non permettono la sua realizzazione e lo sviluppo di facoltà mentali altre, non riconosciute dai chi detiene il potere perché pericolose in quanto si sottraggono a qualsiasi tipo di controllo coercitivo e oppressivo. Partiti dall’Inghilterra questi movimenti si sono poi diffusi in tutto il mondo occidentale fino ad arrivare anche sulle coste ioniche, qui un manipolo di dj sciamani locali ha dato vita al Black Lizards Circus, che ripercorre i passi dell’esperienze inglesi, soprattutto grazie agli incontri con l’Unsound System fondendoli con altre meridional crew provenienti da Puglia, Calabria e Basilicata. I fondatori del circus, Gigi Cavallo, Lizard T e Franco Russo hanno dato il via a questa esperienza Lucana con una serie di FreeParty presso un monumento abbandonato nel territorio di Montescaglioso, il Castello di S.Maria del Vetrano eletto a bene relazionale nel luglio del 2011 e che ha visto coinvolti oltre oltre 40 tra artisti visivi, dj e vj. Purtroppo l’esperienza del  Castello ha dovuto fare i conti con la reale situazione di questa terra, dove incompetenti amministratori della COSA pubblica si dimostrano dei fenomeni nel non ascolto e nell’ eliminare qualsiasi forma di aggregazione  che non sia di stato. Ad oggi il Circus non ha più una casa, essendo figli del mondo i boys spostano costantemente i loro corpi fisici e tecnologici da un luogo all’altro riscuotendo sempre più partecipazione, segno che un bisogno di cambiamento di rotta è sempre più impellente per gli irrequieti figli della terra.

F. Lomonaco